Lorenzo, del laboratorio “Che i piedi corrano, gli occhi vedano”, pensa a una restituzione che sia a metà tra una pagina di diario e una recensione, per parlare dello spettacolo Matteotti (anatomia di un fascismo), visto il 29 novembre 2024 al Teatro Laura Betti.

(Foto di Antonio Viscido)
È la sera del 29 dicembre 2024 e, per una notte soltanto, il Teatro Laura Betti di Casalecchio, grazie alla voce di Ottavia Piccolo e alle parole di Stefano Massini, si è trasformato in una macchina del tempo. Matteotti (Anatomia di un fascismo) ha riportato — me, i miei compagni del laboratorio di Altre Velocità e tutti i presenti — in quel lontano e afoso pomeriggio del 10 giugno del 1924, in Via del Corso a Roma.
Sono passati cent’anni, è vero, ma mai come oggi il coraggio e la denuncia di “Tempesta” risuonano come un’eco che ci richiama al presente, rendendo quella realtà storica incredibilmente vicina e attuale. Un’eco che molti, all’epoca, scelsero di ignorare, ma che oggi si rivela più urgente che mai.
Tempesta, così era soprannominato Giacomo Matteotti. Un uomo dal sangue caldo, che non ebbe paura di essere messo all’angolo, solo, in silenzio.
Noi spettatori stiamo per rivivere, grazie allo spettacolo, quel momento. Dall’alto della galleria posso vedere e respirare il vibrante clima di comunità che anima l’intera sala. Il teatro è pieno e, con mia grande sorpresa, noto moltissimi giovani accorsi a condividere questo momento. Risulta evidente che la memoria di ciò che è stato, influenza ancora profondamente l’oggi.
Ottavia Piccolo, attrice protagonista, entra in scena. Un fragoroso applauso la accoglie, così forte da sembrare un coro unanime, come a dire: “Noi ci siamo. Non dimentichiamo. Vogliamo far sentire la nostra voce“.
Lentamente le luci della sala si abbassano fino a spegnersi, e il buio dà vita alla magia.
La scenografia è essenziale, quasi spoglia, forse per dare risalto alle parole. E sono proprio le parole a crescere, a farsi più grandi man mano che ci si addentra nel racconto.
Dall’alto della galleria, l’attrice che interpreta Matteotti sembra molto piccola, ma la sua voce e la forza del testo accorciano la distanza. Alla fine, mi ritrovo a sentire la sua presenza così vicina, così viva, da dimenticare del tutto lo spazio che ci separa.
Ho apprezzato molto l’idea di inserire, nei cambi di scena, un’orchestra – l’Orchestra Multietnica di Arezzo – che suonava brani in grado di smorzare la tensione e permettere al pubblico di elaborare l’enorme fiume di informazioni ricevute. Le musiche favorivano l’immersione e creavano immaginari nella nostra mente, guidandoci in questo viaggio.
Se è vero che uno spettacolo ben riuscito può cambiarci come persone, ahimè, devo ammettere che questo non è successo a me. Forse perché, quando vado a teatro, cerco qualcosa che qui non ho trovato. Penso che uno spettacolo come questo, con un testo così forte e significativo, avrebbe potuto funzionare altrettanto bene — e forse avrei potuto apprezzarlo di più — come radiodramma, podcast o persino libro. Sul palco, invece, ho sentito la mancanza di azione. C’era davvero poco movimento scenico, e questo, unito alla densità della tematica affrontata, ha reso difficile per me seguire tutto con il dovuto coinvolgimento.
Eppure, una cosa importante l’ho capita: il teatro è davvero lo specchio profondo del Tempo, un luogo dove l’uomo riflette se stesso e dove si manifesta una grande forza civile. È uno spazio condiviso, dove il pubblico si ritrova unito in un momento comune, formando una sorta di grande famiglia temporanea. Questo spirito, questa energia collettiva, era palpabile durante la serata, anche se non sono riuscito a trovare una altrettanto forte connessione personale con lo spettacolo.
Nonostante tutto, ho percepito chiaramente il valore e la forza di ciò che il teatro può rappresentare per la società.
Poter condividere una serata così densa di significato e ascoltare una fuoriclasse come Ottavia Piccolo dare voce a un testo tanto forte è stata un’esperienza per cui, al di là delle mie aspettative personali, è valsa la pena. Lo spettacolo mi ha ricordato che il teatro, anche se non sempre riesce a toccarci nel profondo, resta un luogo dove le storie incontrano le coscienze e seminano domande che, magari, germoglieranno in futuro.
Lorenzo Iacenda