Recensioni: Il cantiere dell’arte – 3 4 5 Amadeus

Heads or Tails: eleganza o irriverenza?
Mozart in un lancio di moneta tra musica e racconti 

Di Samuele Peruzzi

Mercoledì 7 luglio 2021, ore 21:00, cortile interno del Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza. In una calda e umida sera estiva, le cicale friniscono fra le fronde degli alberi. In attesa che il palco dell’Emilia Romagna Festival si popoli, un pianoforte, i leggii, l’amplificazione e le luci blu attendono musicisti e narratore. Il rumore ambientale si presenta inizialmente ostile all’insediamento sulla scena del presentatore e narratore del concerto Stefano Valanzuolo, che introduce i primi artisti che si esibiranno. Il programma scelto per la serata propone un percorso all’interno di tre composizioni mozartiane realizzate tra il 1785 e il 1789, andando a delineare la figura del compositore austriaco come un personaggio irriverente e anticonformista, in lotta con la sua contemporaneità. I brani del programma non sono sicuramente i più conosciuti del grande maestro salisburghese, ma evidenziano una scelta artistica interessante, che preferisce un approccio alla musicalità mozartiana proprio a partire dall’interiorità della figura dell’autore, attraverso i pensieri e le riflessioni che vengono rivelati dalla parte narrata, filo conduttore della serata.

Dopo alcuni minuti di lettura romanzata di memorie e lettere di Mozart, rivisitate con linguaggio moderno, il palco sembra finalmente pronto ad accogliere Claudio Mansutti al clarinetto, Federica Repini, pianista della serata, e Jamiang Santi, violista del Quartetto Indaco. Il primo brano in programma è il Trio in mi bemolle maggiore (Kegelstatt-Trio) per pianoforte, clarinetto e viola K. 498. Il brano risulta piacevole e ben calibrato, grazie a una formazione brillante che enfatizza il dialogo tra viola e clarinetto, rincalzati dal fraseggio leggero della scrittura pianistica. 

Le cicale sembrano apprezzare e si tacciono appena in tempo per il secondo brano, che presenta una sonorità più riflessiva e raccolta. Conclusasi nuovamente la lettura introduttiva, sul palco salgono tre membri del Quartetto Indaco: Eleonora Matsuno (primo violino), il già citato Jamiang Santi (viola) e Cosimo Carovani (violoncello), che si affiancano alla pianista. La seconda composizione in programma è il Quartetto in sol minore per pianoforte e archi K. 478. L’affiatamento dei membri del Quartetto Indaco è evidente già dalle prime note: colpi d’arco perfettamente coordinati, intonazione precisa, fraseggi comuni e movimenti condivisi da tutti i membri. La pianista si dimostra un’efficace collaboratrice, a sostegno dei colleghi. 

L’ultimo brano del concerto vede un nuovo cambio di formazione. Come il titolo della serata annunciava “3 4 5 Amadeus”, dopo un trio e un quartetto, è ora il momento di un quintetto mozartiano. Repini abbandona il palco, affinché possa schierarsi il Quartetto Indaco al completo, che prima mancava del secondo violino Ida Di Vita, affiancato dal già ascoltato Mansutti. A concludere il concerto ci sono le note del Quintetto in la maggiore per clarinetto e archi K. 581. Il clarinetto dialoga costantemente con gli altri musicisti, creando un intreccio convincente e accattivante, sfruttando i salti di registro idiomatici dello strumento. La collaborazione e la complicità del Quartetto Indaco sono di nuovo palesi: Matsuno conduce con grazia, chiamando dinamiche delicate e raffinate; la controparte è Carovani che con una sonorità elegantemente viscerale sostiene le voci più acute del resto della formazione. Gli strumenti interni, rappresentati dal secondo violino e dalla viola sono limitati dallo stile classico, che offre una scrittura meno esposta, ma risultano comunque coesi con i colleghi, coinvolti e coinvolgenti. 

Il concerto si conclude con l’applauso entusiasta del pubblico, a chiudere una serata di grande qualità musicale. L’accoglienza calorosa degli spettatori lascia comunque spazio a due piccole postille. La prima riguarda la scelta di un programma monografico incentrato sulla figura di Mozart, sicuramente uno dei compositori più importanti della storia della musica occidentale, ma che per un concerto superiore all’ora e mezza rischia di apparire poco interessante. La seconda invece è una riflessione sulla fruizione della musica classica all’aperto: umidità e caldo, uniti alle difficoltà dell’esecuzione amplificata hanno causato piccole e trascurabili incertezze, limitando tuttavia la gamma delle dinamiche musicali, che raramente hanno raggiunto un volume forte e grintoso, preferendo sonorità più delicate e raccolte, comunque molto piacevoli all’ascolto. 


Sulla via del Settecento
Una passeggiata romagnola tra le reliquie mozartiane

Di Adriana Pirrone

Nel corso dei tempi qualcuno deve aver fatto credere che la musica classica vada ascoltata in un teatro o in un’arena; magari con una certa eleganza estetica, forse presupponendo un obbligo di aver fatto esperienza di vita, morte e miracoli dei compositori. Ebbene: nella serata del 7 luglio, l’Emilia Romagna Festival, in una località tanto raggiungibile quanto suggestiva come il cortile del Museo delle Ceramiche di Faenza, si è mostrato in grado di ridimensionare con discrezione questo approccio stereotipico, mostrandoci che una musica tanto distante può essere alla portata di chi non abbia conoscenza ma che sia in possesso di curiosità a sufficienza.

Con questa premessa implicita ha inizio il concerto a tema Mozart che prevede l’esecuzione di tre composizioni per trio, quartetto e quintetto e che trovano la loro produzione in una tarda decade del 1700: Stefano Valanzuolo incarna la personalità “elegante e selvaggia” del compositore austriaco, e con il racconto ci trascina attraverso il suo eterno impegno di giocare con le note. Ad espressione di questa volontà, una volta concluso il preludio narrativo, si apre sin da subito con il Trio in mi bemolle maggiore per pianoforte, clarinetto e viola K.498. La viola di Jamiang Santi suonata brevemente all’unisono con il pianoforte di Federica Repini, ospite, insieme al clarinettista Claudio Mansutti, del Quartetto Indaco, dà l’attacco al brano, e non possiamo già fare a meno di passeggiare con la mente tra i sentieri settecenteschi. Il piano disegna lo scenario musicale e conduce, è la forza motrice su cui le onde sonore di viola e clarinetto si susseguono accompagnandosi in un intreccio di temi che, ripetendosi più o meno ciclicamente con alcune variazioni, riescono a garantire l’attenzione del pubblico. Si notano sin da subito la sincronia nei movimenti con cui i musicisti sembrano godersi ciò che suonano e contemporaneamente la professionalità con cui non si lasciano distrarre dall’ambiente umido che rende difficoltosa l’esecuzione, insieme agli insetti che invadono i vari leggii e le cicale inizialmente fragorose, ma che comunque si spengono una dopo l’altra alla fine del Rondò.

Il secondo intermezzo narrativo aiuta ad allentare nuovamente la presa di concentrazione, e anticipa la natura di un brano su commissione del Quartetto in sol minore per pianoforte ed archi K.478, anch’esso composto in tre tempi. È qui che più in assoluto apprendiamo il carattere sovversivo del compositore che, ormai stanco di scrivere in nome di sentimenti cordiali, si mostra predisposto ad incitare litigi tra i musicisti pur di ottenere musica nuova che si diffonda in modo dirompente. Il brano in questione stavolta non prevede il clarinetto, ma in compenso il Violoncello di Cosimo Carovani e il secondo violino di Eleonora Matsuno, garantiscono le basi di un comparto strumentale virtuoso, imponente ma di grande coinvolgimento. Le scale discendenti, insieme ai rapidi fraseggi sembrano srotolarsi giù tra le sedie del pubblico e le grandi anfore in ceramica disseminate per il cortile, trainandoci con irruente dolcezza tra atmosfere drammatiche, ora giocose, ora cupe e talvolta oniriche, conferendo ad ogni strumento la sua natura essenziale ai fini dell’esecuzione.

Con un po’ di fatica si arriva alla terza e ultima composizione, forse la più attesa in quanto finalmente, con Ida di Vita, si ha il Quartetto Indaco al completo, nuovamente con Mansutti ad eseguire il Quintetto in la maggiore per clarinetto e archi k. 581, che forse è da ritenersi, almeno nel primo tempo, il segmento di esibizione un po’ meno seducente. La qualità espressiva raggiunge picchi decisamente alti grazie alla chimica che si delinea tra gli esecutori tramite un’attenzione reciproca fatta anche di sguardi complici, ma forse è l’essenza musicale quasi del tutto placida e la ridondanza del repertorio ad avere un impatto emotivo ridotto sull’ascoltatore. Se nel primo movimento è inevitabile uno sforzo di concentrazione che, al contrario, non era richiesto durante la prima ora di concerto, successivamente si ha una ripresa ben padroneggiata anche grazie all’ancora sonora offerta dal clarinetto e dal violoncello che riescono a ridurre l’aspetto di lieve disattenzione fino alla chiusura di dinamica crescente, ma senza eccessiva tensione, del quarto e ultimo tempo.

Il lungo e meritato applauso finale ci ricorda del perché la musica sia un bene necessario. La possibilità di chiudere gli occhi e lasciar fluire la melodia da pochi secondi a interi minuti è un’esperienza insostituibile, che commuove e insegna a mettere in rilievo l’ambiente circostante, costituito non solo da note ma da una molteplicità di sensazioni olfattive e visive: forse la prossima volta avremo più fortuna trovando meno sedie vuote, e riusciremo un po’ di più a mantenere la musica dal vivo in vita. 


La voce di Mozart attraverso note e parole

Di Francesca Santoro

Nella serata del 7 luglio il Museo delle Ceramiche di Faenza ha ospitato all’interno del suo giardino una serata tutta mozartiana, interpretata dal Quartetto Indaco, che è stato affiancato per l’occasione dal clarinetto di Claudio Mansutti e dal pianoforte di Federica Repini. Era presente, in realtà, anche un settimo strumento: si tratta della voce di Stefano Valanzuolo, che ha introdotto i tre brani prima della loro esecuzione non attraverso una guida all’ascolto ma attraverso gli stessi scritti di Mozart, conditi da confessioni, impressioni, giudizi personali. 

È opportuno che il pubblico di musica classica italiano sia valutato non in termini di “quanta gente era presente” ma di “come era presente”: c’erano diverse sedie vuote, nonostante il giardino non ne ospitasse poi così tante, ma l’atmosfera compenetrava i presenti al punto che chi era venuto in solitaria ha scoperto di non essere solo quella sera, e chi era in compagnia è diventato solo nell’ascolto. Questo è accaduto sin dal primo brano suonato, il Trio in mi bemolle maggiore per pianoforte, clarinetto e viola K.498. Un coro si è unito a sorpresa, contaminando quella che doveva essere un ascolto afono: quello delle cicale di luglio che, approfittando del rapimento che pian piano investiva il pubblico, si è dileguato dopo qualche tempo senza che se ne accorgesse nessuno. La voce di Valanzuolo ci ha svelato quale sfida rappresentasse per Mozart la composizione di un brano simile, dal momento che non si era mai sentito un trio appositamente per gli strumenti in questione. In merito a questa prima esecuzione, ben equilibrata e distante dal fragore che ha caratterizzato il quartetto e il quintetto seguenti, merita di essere sottolineato il trasporto del clarinettista. Inoltre, Claudio Mansutti e Jamiang Santi – il violista presente in tutti e tre i pezzi – hanno instaurato una comunicazione unica e particolare, che sembra escludere il pianoforte sullo sfondo, ma che, in realtà, osserva e raccoglie il suono di entrambi da una prospettiva privilegiata. 


A seguire, Santi e Repini restano sul palco per il Quartetto in sol minore per pianoforte e archi K.478, a cui si uniscono il primo violino Eleonora Matsuno e il violoncello di Cosimo Carovani. La voce narrante ci svela come Mozart provasse a proporre un quartetto, o un quintetto d’archi, ma il suo editore Hoffmeister insisteva per la presenza di un pianoforte, perché cominciava ad andar di moda. E così, Mozart pensò: “Avrà ben tre concerti in miniatura!”, riferendosi ai tre movimenti del quartetto – allegro, andante, allegro moderato. Il compositore austriaco mirava a realizzare un “litigio fra musicisti, che forse rovinerà la digestione a qualcuno, ma poi si sentiranno vivi”. Notiamo come, attraverso il racconto di come questi brani siano nati, al momento della loro esecuzione lì, in un giardino a Faenza, è come se venissero eseguiti per la prima volta in assoluto. Durante questa esecuzione, è stato impossibile non essere catturati dal furore di Cosimo Carovani al violoncello: un furore che fa parte dell’interpretazione del brano, così come una voce interpreta un testo, e che pareva trasmettersi agli altri strumenti da un lato, ed essere contenuto dall’abbraccio del pianoforte dall’altro. Alla fine di questo crescendo di strumenti, troviamo il Quintetto in la maggiore per clarinetto e archi K.581, in cui il Quartetto Indaco si è riunito al completo con la presenza del secondo violino Ida Di Vita. Il quartetto rivela così la complicità che li unisce, e che rende veritiera la definizione della formazione quartetto come “unico strumento a sedici corde”. Eppure, il clarinetto di Mansutti riesce a inserirsi, non senza difficoltà, negli archi, sebbene sia questi che il clarinetto fossero provati, e in maniera diversa, dal caldo, che costringeva a ripetuti accordamenti. 

Dunque, se da un lato l’esibizione all’aperto ha consentito agli spettatori di godere di un’atmosfera piacevole, nata dalla simpatia per la natura che si prova solo d’estate, dall’altro ha causato non pochi problemi ai musicisti. Afa, cicale, e la necessità di amplificare il suono, che lo rendeva falsato alle orecchie degli esecutori, non hanno comunque impedito la riuscita della serata, risultata decisamente piacevole e intrigante, come ha suggerito il lungo e sentito applauso al termine della stessa. 


Impressioni di classica modernità

Di Andrea Porcelli

Nella calda serata del 7 Luglio, il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza ci ospita nel suo verde giardino dove le cicale accordano i propri archi primordiali sugli alberi e, per un breve ma concitato istante, sulla mia caviglia prima di lasciare silenziosamente il dovuto spazio a Mozart e, più nello specifico, al Quartetto Indaco, al clarinettista Claudio Mansutti, alla pianista Federica Repini e alla voce narrante di Stefano Valanzuolo.

I lavori che ci vengono presentati appaiono fin da subito come una scelta singolare. Tra le innumerevoli composizioni di Mozart, infatti, i K. 498, 478 e 581 non sono tra le più conosciute. Il Trio per pianoforte e archi in sol minore K. 478, per esempio, esplora una tonalità particolare per i quartetti dello stesso periodo mentre le formazioni che si alternano in scena sono talmente inusuali che credo sia la prima volta che assisto dal vivo a un trio per pianoforte, clarinetto e viola (K.498). Il volume di quest’ultima era forse lievemente troppo basso rispetto agli altri strumenti ma l’equilibrio complessivo del pezzo non ne ha risentito enormemente. È quindi un’ottima occasione, questa serata, per espandere la propria conoscenza del genio viennese. I musicisti ne sono pienamente consapevoli e suonano di conseguenza, rispettando quest’atmosfera esplorativa. È bellissimo vedere la sintonia che si crea così sul palco (specialmente, a mio parere, durante il Quintetto per clarinetto e archi K. 581 che è stato l’unico pezzo a godere del Quartetto Indaco al completo e, di conseguenza, della grande chimica tra i suoi membri). Gli sguardi che si scambiano gli strumentisti sembrano metterci a contatto con qualche qualità segreta della musica che esiste solamente in serate come questa e il trasporto dei loro movimenti incanta la platea. L’ispirazione disegna un trittico all’interno del quale compositore, esecutore e uditore vibrano insieme. È un peccato, quindi, che ci si riesca ad accorgere che la scelta di utilizzare l’amplificazione nonostante lo spazio ristretto del giardino in cui ci troviamo non permetta ai passaggi di forte di raggiungere i livelli intesi dai musicisti. Al contrario, però, restano indisturbati i piano che rimangono delicati e toccanti, riuscendo pienamente.

È necessario infine che si parli del racconto di Stefano Valanzuolo poiché è proprio la dimensione narrativa apportata dalla parola che riesce a stemperare quello che potrebbe apparire come un clima di ostentata eleganza classica mescolando il tempo della scrittura a quello dell’ascolto. Riporta in queste composizioni quell’elemento di giocosità che i secoli, per quella che è la loro natura, allontanano da Mozart. La storia lo riporta invece in vita e lo avvicina a noi. Spinge il pubblico a riconoscere il giovane che il grande compositore è stato e a vederlo soltanto come l’audace musicista sempre alla ricerca del nuovo e del bello. Rende la performance più scoppiettante e le assegna un altro ruolo. Non deve più solamente farci perdere nell’abbraccio della melodia e dell’armonia ma anche portarci in un luogo dove gli anni cominciano ad assomigliarsi terribilmente e il 1785 non ha più nulla di diverso dal 2021. Uno è stato l’altro e questo lo sarà. E rendersi conto della fugacità del tempo, che non ha giovinezza né vecchiaia per quanto sogni di entrambi, è forse la più bella maniera di ridare vitalità a questa musica meravigliosa. 

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